Quando il liberalismo ci libera dalla paura – La riflessione / riscoprire il pensiero di Judith Shklar

(da Corriere del Ticino, 21.11.2020)

La riflessione / riscoprire il pensiero di Judith Shklar

Quando il liberalismo ci libera dalla paura

Mi risuonano nella testa un autore e un libro. O per meglio dire un’autrice e un suo saggio del 1989, che si trova in un libro intitolato Liberalism and the Moral Life, curato da Nancy L. Rosenblum. A noi interessa il saggio in questione, un saggio importante che ha avuto una vita autonoma al di fuori del volume dove stava insieme agli altri. L’autrice insegnava a Harvard. Si chiamava Judith Shklar e il saggio si intitola The Liberalism of Fear (Il liberalismo della paura).

Un’autrice e un testo che mettono in gioco il valore della libertà già subito nel titolo, celato dentro il termine liberalism, liberalismo. E intorno al quale altri valori prendono posto e anche alcuni sentimenti o stati d’animo, come appunto la paura. Anche la paura è subito lì in prima fila nel titolo, e dire che eravamo nel 1989 e la paura non era ancora tanto cresciuta e non si era ancora tanto dilatata grazie al terrorismo prima e alla pandemia poi, fino a diventare, come ha detto qualche commentatore, la «cifra della nostra epoca». Il titolo del saggio, che non è evidente, anzi è controintuitivo, tratta del liberalismo come rimedio alla paura. Il liberalism of the fear è il liberalismo che libera dalla paura. Quale liberalismo e quale paura? Ci arriveremo dopo aver presentato la nostra autrice, Judith N. Shklar.

Una pensatrice scettica

Shklar fu in primis una pensatrice scettica. Scettica nella accezione filosofica di chi sospende il giudizio e dubita delle certezze di ordine generale. Come divenne scettica Judith N. Shklar? Lo si può ricostruire dalla sua biografia?

Judith (Dita) Nisse era nata a Riga, in Lettonia, nel 1928, da genitori ebrei tedeschi, e il tedesco fu la sua lingua madre. La vita a Riga, in particolare lo scarto presente tra gli alti livelli intellettuali e affettivi della vita in famiglia, aperta, liberale, non-convenzionale, e l’ambiente ostile, gretto e antisemita che la circondava, la indusse da subito a sviluppare un atteggiamento di cautela se non addirittura di cinismo verso gli altri. Nel 1938, quando Dita aveva 11 anni, la famiglia decise di fuggire, riuscendo ad approdare dapprima in Svezia, poi in Giappone (con la ferrovia transiberiana) e infine in Canada, a Seattle, per stabilirsi a Montréal. Giovanissima, Dita Nisse divenne la signora Shklar sposando il medico dentista ebreo Gerald Shklar («la cosa di gran lunga più intelligente che abbia fatto»), col quale ebbe tre figli.

Madre e moglie

All’università di Harvard era arrivata nel 1951 come «graduate student» e lì rimase, avendo scoperto la sua vocazione, ovvero lo studio della scienza politica, e avendo trovato un lavoro che le permetteva di praticarla a livelli accademici. Assistente, docente a metà tempo e poi stabile, autrice di libri stimati, Judith N. Shklar fu membro di varie associazioni fino alla presidenza, nel 1989, della American Political Science Association, qualche anno prima della morte avvenuta nel novembre del 1992, quando aveva 64 anni. Insomma una studiosa della teoria politica e della storia delle idee politiche profondamente introspettiva come si conviene a una vera scettica; una madre e una moglie con una vita familiare appagante; una docente dotata di una forte carica umana apprezzata da studenti e colleghi, nel ritratto che di lei molti lasciarono.

Non era femminista

Questo fu Judith N. Shklar. Ma anche una rifugiata, una profuga riuscita a raggiungere livelli altissimi nel sistema americano competitivo e conservatore, devota alla causa universitaria e agli Stati Uniti, che sempre e ovunque nei suoi scritti definisce «our country». Non una femminista però («I am not a real feminist») e nemmeno una «ista» di qualsiasi altro movimento, proprio perché infanzia, vocazione e prime esperienze l’avevano resa restia a unirsi a qualunque movimento nonché a sottomettersi a un sistema di pensiero collettivo («a collective belief system»), avendola fatta diventare l’individualista e la scettica che sempre rimase.

Da cosa proteggersi

Il liberalismo della paura contiene una teoria dei diritti in base alla quale il primo diritto non è il diritto alla vita o alla libertà bensì il diritto ad essere protetti dal primo vizio, che a sua volta non è, nella teoria di Shklar, la superbia bensì la crudeltà, com’ella ben spiega in Vizi comuni (Bologna, Il Mulino, 2007). Tutti i diritti, anzi, dovrebbero essere impegnati a proteggere l’uomo dalla crudeltà. La crudeltà è il più crudele dei mali. La crudeltà ispira la paura e la paura distrugge la libertà. Questo non significa secondo Shklar che un sistema liberale non debba essere coercitivo e in alcuni casi incutere paura: un minimo di timore per la punizione in caso di trasgressione è implicito in ogni sistema legislativo, anche nel più liberale e democratico.

Ma che cosa si intende per liberalismo, che cosa intende Shklar? La dottrina liberale prende le mosse dalla teoria della libertà dell’individuo quale bene primario e si articola poi in correnti diverse e divergenti a seconda del significato e dei limiti che essa dà alla libertà stessa. Il liberalismo esalta la libertà individuale che si nutre della diversità di attitudini e di capacità e difende una concezione della società individualista, conflittualista e pluralista. Il liberalismo è nato come lotta contro il potere assoluto del sovrano e si è imposto come una teoria dei limiti del potere, in qualunque modo esercitato, sostituendo al principio dell’obbedienza il principio del consenso dopo deliberazione. Ha cambiato la prospettiva geometrica del potere politico da figura di forma triangolare o piramidale a figura circolare o sferica.

La piramide rovesciata

Il liberalismo ha posto fin dalle sue origini le condizioni per il rovesciamento della piramide del potere politico e la ridefinizione in senso egualitario dei suoi fondamenti. Infine ha aperto la via alla contestazione degli abusi del potere perpetrati nella sfera politica, nelle relazioni socio-economiche e infine in quelle private, sessuali e familiari.

Il senso profondo delle asserzioni di Shklar è che il sistema liberale deve prevenire dalla paura creata da atti di forza inaspettati e non proporzionali agli eventi o anche arbitrari perpetrati dallo Stato. Il liberalismo ha uno e un solo scopo prevalente: assicurare le condizioni politiche necessarie per l’esercizio della libertà personale. Il liberalismo della paura è una dottrina strettamente politica, anche se fu sostenuto e incoraggiato dallo scetticismo delle scienze naturali, suo naturale alleato. Vi sono altre forme di liberalismo, continua Shklar: il liberalismo dei diritti naturali o il liberalismo dello sviluppo personale. Più forte ancora però il liberalismo della paura che assicura la libertà dall’abuso di potere da parte dei governi. Sola eccezione ammessa, il male inevitabile della punizione, condotta seguendo le leggi e senza lasciare spazio all’arbitrio. Il punto di Shklar è chiarissimo: abbiamo bisogno di quel liberalismo perché ci difenda dal potere dello Stato e del governo e dal potere che essi possiedono sulla vita dei cittadini.

Che cosa temiamo

È la paura del potere arbitrario dei governi la «cifra della nostra epoca»?

Fino a pochi mesi fa, alla domanda di Shklar se la nostra paura principale nei Paesi democratici è quella del potere arbitrario degli Stati e dei governi, avremmo risposto – io almeno lo avrei fatto senza esitazioni – di no.

No, non avevamo paura dell’ingerenza dello Stato. È vero che si erano riscontrati e si riscontrano casi anche molto gravi di violazione dei diritti civili, nei confronti dei neri negli Stati Uniti per esempio da parte delle forze di polizia (vedi il caso Floyd che ha scatenato il movimento BLM). Ma nonostante questi tristi eventi, non pensavamo di vivere in regimi autoritari, nella felix Europa, e della polizia e delle nostre istituzioni avevamo abbastanza fiducia. Pensavamo che non avesse più senso aver paura di istituzioni tutto sommato democraticamente elette e più o meno democraticamente orientate.

Le nostre insicurezze

Avevamo invece paura di alcuni fattori generati dalla società della globalizzazione, la quale produce infatti alcuni tipi specifici di insicurezza che generano a loro volta paura: l’insicurezza sul lavoro, primo, con le enormi conseguenze che ciò esercita sulla vita delle persone, sulla vita di lavoro e la vita singola e di relazione in particolare. Secondo, l’insicurezza legata al terrorismo e alla criminalità. Alcuni commentatori politici sostengono che il senso di vulnerabilità e di paura si siano così sedimentati in noi da essere diventati la cifra della nostra epoca. Siamo la società della paura; eravamo la società della paura che viveva sotto la minaccia di terrorismo, guerre, crack finanziari, dissesti ambientali, criminalità organizzata; adesso viviamo sotto la minaccia della pandemia che si aggiunge alle minacce precedenti. E come la ricerca di sicurezza a tutti i costi, anche questa minaccia paradossalmente le istituzioni e la pratica della democrazia e con essa i diritti e le libertà. Già dopo la distruzione delle Torri Gemelle, la reazione alla minaccia terroristica aveva moltiplicato le misure e i dispositivi di identificazione, di investigazione e di repressione.

La buona regola

Beninteso le gravissime minacce alla sicurezza – provenienti dal fondamentalismo islamico, dalla criminalità internazionale, dall’immigrazione clandestina incontrollata e oggi anche dalla pandemia – sono reali così come reale è l’esigenza di efficaci politiche della sicurezza. Accade però che la demagogia e la dinamica assolutista congiurino contro le libertà civili. Viene così a crearsi una frattura e una contrapposizione tra sicurezza e libertà nelle quali le due vengono di fatto opposte una all’altra come un aut aut.

Così, per tornare in conclusione alla domanda: ci serve ancora un liberalismo che ci sostenga e ci difenda di fronte al potere statale, come quello che stava tanto a cuore a Judith N. Shklar? Risposta: sì. Ci serve sempre da un punto di vista cautelare per quel che riguarda i provvedimenti dei governanti: il prezzo della libertà è l’eterna vigilanza, lo diceva Popper e questa rimane una buona regola.