L’intervista / Gilles Kepel / politologo specializzato in Medio Oriente e professore dell’USI

(Da Corriere del Ticino, 26.111.20, Osvaldo Migotto)

«Occorrono nuove leggi contro il jihadismo post-ISIS»

Osvaldo Migotto

L’accoltellamento avvenuto martedì alla Manor di Lugano rammenta il modo d’agire dei cosiddetti lupi solitari che negli ultimi tempi hanno colpito città e Paesi finora risparmiati dall’estremismo islamico. Sul fenomeno abbiamo intervistato il politologo Gilles Kepel, professore all’USI e all’École Normale Supérieure di Parigi, esperto di Medio Oriente e mondo musulmano.

La donna che martedì ha pugnalato al collo una cliente di un grande magazzino a Lugano, nel 2017 si era innamorata su Internet di un jihadista. Con il crollo militare dell’ISIS in Medio Oriente è aumentato il reclutamento di potenziali terroristi in Europa?

«Con la distruzione dello Stato islamico da parte dell’Occidente, le reti che avevano organizzato ad esempio gli attentati di Parigi del 2015, non esistono più. Ma al loro posto è nato quello che potremmo definire un jihadismo di atmosfera che è particolarmente pericoloso e che giustifica le leggi contro il separatismo islamico e contro l’odio online che il presidente francese Macron sta preparando. Dietro ai tre attentati che abbiamo avuto a Nizza, a Parigi e a Conflans-Sainte-Honorine (dove lo scorso 16 ottobre un professore è stato decapitato n.d.r.), non è stato trovato nessun legame con delle organizzazioni. Lo stesso vale per la strage di Vienna e forse anche per i fatti di Lugano. Quello che invece è stato individuato in Francia è un’atmosfera di odio istigata da fomentatori di collera che accusano la Francia di essere un Paese blasfemo a causa delle caricature pubblicate da Charlie Hebdo».

Ma da dove arriva questa istigazione all’odio?

«Vi è ad esempio chi in Turchia dopo la reislamizzazione della basilica di Santa Sofia da parte di Erdogan è convinto che bisogna riprendere la jihad vittoriosa che era stata fermata a Vienna nel 1683 e tornare ad attaccare la città dei crociati. I messaggi di odio diffusi sulle reti sociali non partono per forza da persone che invitano a uccidere, ma vengono visti da altre persone che sono molto più radicalizzate e identificano dei bersagli da colpire. Come il pachistano che lo scorso 25 settembre ha accoltellato due persone davanti all’ex sede di Charlie Hebdo, o il ceceno che il 16 ottobre ha decapitato un insegnante, così come il tunisino che il 29 ottobre ha ucciso tre persone nella basilica di Nizza».

Vi sono dei legami tra i tre attentatori?

«Si sa che il ceceno aveva visto l’aggressione compiuta dal pachistano e si sa che il tunisino aveva la foto del ceceno nel suo cellulare, ma non è stata trovata nessuna organizzazione dietro i tre fatti di sangue. Per il caso di Lugano bisognerà attendere l’esito dell’inchiesta, ma ad ogni modo assomiglia ai tre casi francesi nel senso che si tratta di una persona probabilmente radicalizzata su Internet che decide di passare all’azione. A furia di guardare la propaganda su Internet, soprattutto se la donna in passato si era innamorata di un jihadista e voleva partire per la Siria, si finisce poi per trovare un bersaglio da colpire. In tutti questi recenti attacchi ci troviamo di fronte alla generazione post-ISIS e a quello che io definisco jihadismo d’atmosfera».

Cosa vede esattamente dietro questo jihadismo d’atmosfera?

«Vi sono delle reti sociali che spingono a detestare l’Occidente e indicano degli obiettivi da colpire e poi ci sono degli individui fragili o con problemi psichiatrici che nutrendosi di questi messaggi decidono di passare all’azione con un coltello. Questo è preoccupante in quanto per la polizia è molto difficile individuare queste persone, visto che dietro di loro non vi è un’organizzazione su cui indagare. Bisogna dunque capire come lottare contro la propagazione dell’odio su Internet; è questo il senso della legge sulla sicurezza che la Francia sta approvando. Ma non è solo la Francia laica ad essere presa di mira dall’estremismo islamico. Per capire questi fenomeni ricordo che l’Università della Svizzera italiana ha creato una piattaforma di ricerca sul mondo musulmano. Questi studi sono importanti perché permettono anche di analizzare e capire i contenuti che circolano sulle reti sociali».

La Commissione europea vuole costringere le piattaforme online a rimuovere contenuti di propaganda terroristica entro un’ora dalla pubblicazione. Una strategia vincente?

«Sì, certamente. Finora abbiamo sofferto per il fatto che Twitter, Facebook e altri social media si sono a lungo opposti a censurare questi contenuti con il pretesto della libertà di espressione. Solo recentemente Twitter ha iniziato a censurare alcuni tweet di Trump. È dunque giusto che la Commissione europea cerchi di bloccare la propaganda degli estremisti islamici su Internet. Ci sarà un vertice UE importante il 10 e 11 dicembre a Bruxelles nel quale saranno esaminati questi problemi, così come le provocazioni della Turchia. L’attacco a Vienna probabilmente non sarebbe avvenuto se non vi fosse stata la reislamizzazione di Santa Sofia e gli attacchi incessanti di Erdogan contro Macron e l’Europa».

L’Austria, dopo l’attentato di Vienna, punta su nuove leggi volte a vietare l’islam politico e a vietare l’arrivo nel Paese di imam stranieri. Cosa ne pensa?

«La questione degli imam stranieri e in particolare quelli turchi oggi è un problema anche in Francia, in effetti si vuole vietare l’arrivo di imam che in realtà sono degli agenti di propaganda di un islam politico che promuove la rottura con i valori liberali delle società europee. Ciò ha suscitato molte critiche da parte dei media americani, ma se non pensiamo a una migliore organizzazione della nostra sicurezza allora perderemo la nostra libertà».