L’Europa debole disabituata alla guerra

(da Corriere del Ticino, 28.11.2020, Ernesto Galli della Loggia)

Geopolitica
L’Europa debole disabituata alla guerra
Per circa mezzo secolo, dal 1945 al 1991, l’Europa occidentale ha potuto credere che la guerra fosse virtualmente scomparsa dal proprio orizzonte. C’era sì la minaccia militare sovietica, ma quella era con tutta evidenza una faccenda che riguardava essenzialmente gli Stati Uniti. Non solo: si trattava per giunta di una minaccia che comportando una possibile escalation nucleare sarebbe rimasta verosimilmente sempre allo stato potenziale dal momento che né gli USA né l’Unione Sovietica potevano essere così folli da rischiare una mutua distruzione. Era l’«equilibrio del terrore», ma comunque era qualcosa che serviva – e per cinquant’anni effettivamente servì – a tenere lontano la guerra dall’Europa.
Le cose cambiarono appena cominciò a sbriciolarsi il blocco comunista nel 1989-1990. La prima a subire il contraccolpo fu la Jugoslavia che andò in pezzi innescando una serie di operazioni belliche tra le sue componenti. Proprio durante tali scontri feroci venne alla luce con chiarezza a cosa fosse ormai ridotto lo spirito militare degli eserciti europeo-occidentali. Nel luglio 1995 a Srebrenica, in Bosnia, tre compagnie dell’esercito olandese inquadrate nelle forze delle Nazioni Unite, invece di difendere l’inerme comunità islamica dell’enclave protetta loro affidata, preferirono non rischiare il combattimento e si ritirarono davanti ai miliziani serbi di Mladic i quali ebbero così mano libera per sterminare tutti gli abitanti maschi della città. Addirittura quei soldati olandesi aiutarono i boia serbi a dividere le vittime designate dal resto della popolazione e arrivarono al punto di consegnare loro tre sventurati rifugiatisi nel proprio accampamento. Quasi un riassunto simbolico, verrebbe da dire, del rapporto ormai istauratosi tra l’Europa e l’uso delle armi.
Ma non si tratta tanto dell’Europa militare degli eserciti. Infatti i contingenti europei impegnati dopo di allora nella guerra del Golfo o in Afghanistan hanno dato in complesso una buona prova di sé. Il problema riguarda specialmente la leadership politica e in generale l’opinione pubblica e i suoi orientamenti ideologico-culturali. Come si vede anche ogni volta che si verifica un attentato terroristico, accolto puntualmente da un senso di smarrito stupore e poi di rabbia come se ci si trovasse davanti a qualcosa di assolutamente inaspettato.
E in un certo senso è proprio così, perché i cittadini dell’Europa occidentale, vissuti a lungo in un atmosfera di pace con i vicini e in società complessivamente a bassissima conflittualità, educati dalla scuola e dai media a nutrire sentimenti di benevolenza e di amicizia verso gli altri e a confidare solo sul diritto per rimediare a qualsiasi torto o ingiustizia, questi europei si sono convinti nel loro intimo di non poter avere nemici e che l’uso della forza è inconcepibile. Il prevalere per molti decenni di culture politiche cristiane o socialdemocratiche ha fatto il resto. E così è accaduto che psicologicamente e culturalmente l’Europa ha cancellato la guerra dal suo orizzonte. È accaduto che essa non sappia più che cosa essa sia e si sia dimenticata che perché ci sia la guerra non è necessario essere in due. Basta che uno solo abbia voglia di farla.
Come per l’appunto sta accadendo da anni. Da anni infatti qualcosa di molto simile alla guerra si aggira ai confini orientali del nostro continente. Prima in Ucraina, poi in Crimea, da ultimo nel Nagorno Karabach, per l’azione spregiudicata di leader politici come Putin o Erdogan pronti a usare la forza per ampliare o rafforzare il proprio potere. Ma ogni volta a questo uso della forza l’Europa, l’Unione europea, non è stata e non è capace di opporre nient’altro che parole, al massimo delle sanzioni che lasciano il tempo che trovano.
C’è sì, da parte sua, la denuncia della violazione della legalità internazionale, forse anche la percezione del pericolo a cui essa stessa potrebbe andare incontro, ma a tutto questo non si accompagna mai alcuna volontà di reazione utile sull’unico piano che conta, cioè su quello militare (non penso certo a un intervento di uomini sul terreno, ma ad esempio all’invio alle vittime dell’aggressione di consistenti aiuti militari, di armamenti moderni ed efficaci).
Quello che s’intravede dietro tutto ciò non è solo un fallimento politico. È una profonda crisi identitaria dell’Europa. Che oggi nelle province armene del Nagorno Karabach infatti – come del resto è già avvenuto in molti altri Paesi del Medio Oriente – essa assista imperturbabile alla distruzione da parte degli azeri musulmani armati dalla Turchia di decine di chiese, all’abbattimento dovunque delle croci, alla distruzione dei simboli cristiani, che l’Europa accetti senza muovere un dito quello che è un vero e proprio genocidio culturale che si sta consumando in uno dei luoghi più antichi della cristianità, significa una cosa sola: la perdita di ogni consapevolezza della propria storia, di ciò che essa e i suoi valori hanno significato.
Ernesto Galli della Loggia