FRATELLI TUTTI? UN’UTOPIA

L’OPINIONE / ELIO BOLLAG*

FRATELLI TUTTI? UN’UTOPIA

A proposito della recente enciclica Fratelli tutti di papa Francesco, non vorrei sembrare intollerante o radicale, ma come ebreo, il termine «fratellanza» tra religioni mi sembra utopico. Ci sono principi alla base dei dogmi che sono invalicabili, in special modo tra il cristianesimo, l’islam e l’ebraismo. Il che permette amicizia, vicinanza, dialogo, ma non fratellanza. Considero la religione ebraica, in special modo per i correligionari disseminati nella diaspora, una delle più severe dal punto di vista dell’osservanza dei precetti: basta considerare le molteplici leggi della dietetica, la stretta osservanza del sabato quale giorno di riposo totale e obbligato, il seguire l’anno lunare al posto dell’istituzione di quello solare, l’osservanza di preghiere differenti da quelle della maggioranza dei credo che ci circonda e perfino le differenti interpretazioni di dogmi quale i dieci comandamenti.

Nei testi ebraici lo straniero è sempre stato considerato equiparato all’ebreo: «Ricordati che sei stato straniero in terra straniera», perciò è prevista da sempre una convivenza e un’accettazione della diversità dell’altro. Vorrei ricordare che l’ebraismo non ha mai esercitato il proselitismo, anzi, la missione, come esercitata dalle altre religioni, è severamente proibita. La conversione all’ebraismo è permessa, ma soltanto se il candidato si professa profondamente convinto e dà prova di voler far parte del consesso giudaico. Se si vuole entrare nel dettaglio, la Chiesa ha operato troppi cambiamenti sulla storicità di Gesù per poter ritrovare le sue origini ebraiche che potrebbero far ritrovare punti in comune tra le nostre religioni. L’ebreo, nella sua minoranza, ha sempre voluto convivere con le differenti religioni che lo circondavano, senza esserne spiritualmente e fisicamente influenzato. Questo gli ha procurato storicamente vari problemi che oggi non si possono ignorare.

Già nel secolo scorso, vari papi hanno compiuto grandi passi per riconquistare una certa fiducia alla Chiesa, ma oltre l’esser stati chiamati «fratelli maggiori» e varie visite in sinagoga da parte di un clero accondiscendente, non è stato fatto molto. Il Vaticano ha ancora difficoltà a cambiare il nome della Terra Santa in Israele, come d’altronde si chiamava prima dell’anno 70 d.C., e gran parte del clero non riesce a dimenticare il deprecato aggettivo «perfidi» ancora stampato in vecchi catechismi accanto al nome degli ebrei. Molto è stato fatto per ricordare che il cristianesimo proviene dal e si è ispirato al vecchio tronco giudaico e per avvicinare le nuove generazioni alla storicità della legge della Tora, fosse anche solo per capire quanto le religioni monoteiste sono vicine.

Papa Francesco ha dimostrato già quando era cardinale in Argentina la sua amicizia con la comunità israelita di Buenos Aires e dimostra vicinanza agli ebrei, ma i dogmi che separano le religioni sono troppo incarnati per volere la fratellanza tra le grandi religioni cercando e trovando punti in comune. Il dialogo è quello che edifica una buona convivenza tra i popoli. Potrei citare Rabbi Akiba che fu avvicinato 2.000 anni fa da un legionario romano che gli chiese di spiegargli la legge ebraica nel tempo che riusciva a stare su una gamba sola: «Non fare ad altri quello che non vuoi venga fatto a te: ma ora va e studia» fu la risposta del Rabbi. Il dialogo è la soluzione: si può perfino diventare amici.

* comunità israelita di Lugano

(Dal Corriere del Ticino, 04.11.2020)